A proposito di controllo della mente. Un dubbio amletico: sarà questa la scienza del domani?

Ho appreso la notizia in questi giorni da una rivista scientifica molto seria e accreditata.
Vi traduco e riporto di seguito in sintesi i termini della questione.
L’impatto mediatico intorno al progetto di genoma umano non è ancora del tutto rientrato che ora un nuovo scoop sta per scoppiare nel mondo ovattato della ricerca scientifica. L’informazione non si è ancora diffusa al di fuori delle riviste scientifiche, ma già ha da subito tutti i crismi per suscitare un vivacissimo dibattito scientifico, politico, accademico, filosofico e sociale.
A Basilea, degli specialisti in neuroscienze, sono ad un passo dallo scoprire la modalità di cancellare i ricordi negativi o spiacevoli con l’aiuto di medicamenti psicotropi. Grazie ad un’analisi genetica questi sono riusciti a identificare le molecole in gioco, ciò che ha poi permesso loro di sintetizzare psicofarmaci specifici.
La sperimentazione su dei volontari sani ha poi permesso di confermare l’efficacia di questa ipotesi di lavoro.
Evidentemente questi risultati interessano da vicino le persone che soffrono di malattie psichiatriche gravi come gli stati post traumatici da stress. Quest’azione tesa a ridurre i cattivi ricordi potrebbe infatti, secondo gli autori, essere sfruttata per portare sollievo relativamente ai sintomi legati agli incubi e ai flash-back traumatici in questi pazienti.
Un disturbo da stress post traumatico può infatti far rivivere l’inferno alla persona che ne è affetta. Le prospettive che promettono di cancellare o far dimenticare i ricordi che tormentano questi pazienti appare perciò benvenuta e auspicabile a questo riguardo.
I risultati di queste ricerche sono quindi, da questo punto di vista, inequivocabilmente molto importanti per questi pazienti! E infatti – ci dobbiamo chiedere – nel nome di quale preteso principio morale colui che non ha vissuto lo stesso calvario potrebbe mai arrogarsi ora il diritto di criticare o proibire questo tipo di ricerche? Evidentemente nessuno!
Ma, detto e appurato ciò, non possiamo neppure nasconderci dietro ad un dito. Come peraltro già visto e tematizzato altre volte nel passato recente, una margine di dubbio permane ad onta di tutte le rassicurazioni. Questo riguarda infatti le basi del processo identitario e le conseguenze che ne derivano.
In sostanza le questioni che si aprono come una voragine sono le seguenti: abbiamo o no il diritto di sopprimere dei ricordi dolorosi (una parte di noi!) dalla nostra memoria? E fino a dove la personalità così mutilata ne verrà inevitabilmente compromessa? Chi e cosa rimane o emerge da questo tipo di manipolazione della memoria?
Al di fuori delle esperienze traumatiche gravi – prima ricordate – noi tutti abbiamo infatti conosciuto e sperimentato nella nostra vita degli avvenimenti e dei periodi dolorosi, infelici e bui che preferiremmo tutti dimenticare; si ponga solo mente a certe pene d’amore.
Ma, ecco, in fondo la domanda che ci assilla: quali sono i ricordi che si vorrebbero veramente cancellare in modo definitivo? E, ancora, a quale livello di eradicazione/cancellazione questi ricordi devono sottostare affinché i loro effetti non si facciano veramente mai più sentire, non abbiano veramente più effetti su di noi?
Altra questione che ci dobbiamo poi porre: il confronto con le esperienze dolorose e tristi non marcano forse il soggetto e tutti noi ben al di là di questa esperienza che abbiamo convenuto di definire, appunto, come dolorosa e triste? E cosa potrebbe succedere poi se la persona che ha subito questa cancellazione selettiva della memoria dovesse vivere l’esperienza del dopo ma non di ciò che la stessa ha tentato con tutte le sue forze di rimuovere, di compensare o di assimilare in precedenza? O, ancora, se lo stesso soggetto dovesse poi trovarsi a gestire il suo presente sanza sapere ciò che lo fa reagire in modo tanto violento e significativo quando lo stesso si troverà a confrontarsi con certe specifiche situazioni scatenanti? E, infine, quali parti di una specifica biografia soggettiva si possono infine sopprimere e sperare al contempo di poter continuare ad essere ancora quelli di prima, di essere ancora sé stessi?
Questioni irrisolte e temibili allo stesso tempo, come facilmente intuibile.
Tutto ciò – detto per inciso – si basa sull’idea errata di fondo che l’essere umano si (de)costruisce come un “Lego” – e dunque che alcuni elementi della sua storia possono essere tolti impunemente senza compromettere il resto dell’edificio!
Idea semplicistica e miserrima dell’uomo!
Del resto questo concetto riduzionista che non considera che gli elementi isolati è già stato seriamente messo in discussione in molte altre discipline al di fuori della psicologia e della psichiatria:
1. nella medicina classica grazie alla psicosomatica e alla psicoanalisi,
2. nella fisica attraverso la fisica quantistica,
3. in biologia grazie all’ecologia,
4. in economia grazie alla sociologia,
5. nella genetica grazie all’epigenetica,
6. nell’etica grazie alle neuroscienze.
Si tratta qui delle fondamenta dell’Essere dell’Uomo, di una dimensione storica e narrativa – che è puramente immanente – dell’essere umano e della sua natura in generale. Tutto ciò che egli è appare in quanto tale proprio perché preso da un intrigo di storie.
E i ricordi sono il filo di questo intrigo di cui è fatta la nostra identità, qui e ora.
Il nostro Sè è il nucleo narrativo della nostra esistenza, e noi siamo tutti degli autori virtuosi che si affrettano ad integrare le loro azioni, le loro sensazioni e i loro vissuti all’interno di un racconto autobiografico il più possibile significativo, pervasivo e coerente.
Che ne sarà allora delle singole identità se qualcuno sarà in grado un giorno di scrivere queste autobiografie in vece nostra – anche con il nostro accordo – e di disporre a piacimento della facoltà di cancellare parte di questi elementi che ci costituiscono storicamente e mnemonicamente?
Tutto ciò potremo ancora definirla scienza? Tutto ciò potremo ancora chiamarlo progresso? Questa la strada che vogliamo percorrere? Saremo in grado di rinunciare a questa deriva, se di deriva si tratta? E, infine, quali le alternative?

1 commento

  1. Pietro Righetti

    Dottore buon giorno,

    la seguo sempre con interesse, ma da completo ignorante devo dire che mi ha spaventato.

    Traumi o per lo meno brutti ricordi di esperienze personali, che eufemisticamente io chiamo sfortunate, penso che ne abbiamo tutti. A volte mi rendo conto che sto avendo una reazione indesiderata conseguente al mio vissuto "sfortunato" e riesco a sopprimerla. Non vorrei mai però avere delle reazioni per le quali non capire da cosa sono derivate perché mi sarebbero stati cancellati pezzi del mio vissuto.

    Non so se ho capito bene se di questo si tratta.

    Grazie per i suoi contributi.

    Pietro

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Orlando Del Don

Orlando Del Don

Medico, Psicoanalista, Politico

Classe 1956, Medico, psicoterapeuta, docente, scrittore, editore. Questo blog è il mio mezzo per parlare online di società, sanita, cultura, informazione, territorio e altro ancora.

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