Una società allo sbando? Le nuove leadership internazionali e l’impotenza/impostura della politica attuale

Ovvero, mettiamo un freno alla deterritorializzazione del diritto per un recupero della nostra sovranità nazionale.

 

L’ordine internazionale liberale è l’insieme dei principi e delle istituzioni attraversi le quali il sistema internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra. Imperniato sulla leadership degli Stati Uniti d’America ed esercitato attraverso cinque organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, FMI, OMC e Alleanza Atlantica), essa ha cercato di garantire lo sviluppo economico e la sicurezza politica di buona parte del mondo durante la Guerra Fredda.

La caduta del muro di Berlino con la conseguente riunificazione delle due Germanie, la dissoluzione dell’ U.R.S.S. e il Trattato di Maastricht, mediante il quale sono state poste le premesse per la moneta unica (Euro), hanno favorito poi massimamente la libertà del mercato che è diventata sempre più dittatura del medesimo.

Questo ha comportato, specialmente per i grandi gruppi finanziari, una crescente libertà dalle regole, dalla responsabilità e dal funzionamento della stessa economia reale. In altre parole, la graduale affermazione dell’ordo neo-liberista che ha portato ad annullare la differenza tra “liberale” e “liberismo”. Infatti se, nel corso dell’Ottocento, il capitalismo (quale “modo di produzione”) necessitava comunque di regole istituzionali che restavano ad esso estranee ed indipendenti, ed il ruolo del Diritto Costituzionale era quello di freno e di limitazione sia del potere economico che politico, viceversa nella logica neo-liberista è questa che produce le proprie regole giuridiche e le proprie istituzioni. Pertanto lo scarto che il neoliberismo determina, rispetto al passato, consiste non solo nel fatto che il giuridico è divenuto oramai un momento dell’economico, ma anche che le istanze politico-istituzionali vengono utilizzate dalle élite detentrici del potere economico-finanziario quale strumento per aprire nuovi spazi sociali alla libera concorrenza e alla governance dei grandi gruppi economico-finanziari.

Viene meno dunque il compito degli ordinamenti statali di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona e la effettiva partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Alla luce di queste premesse riesce facilmente comprensibile osservare come lo Stato costituzionale abbia allora iniziato a cambiare pelle, passando silenziosamente da sociale a neo-liberale. Ogni riduzione del PIL costringendo le istituzioni statali a ridurre la spesa per servizi e investimenti e a stanziare sempre maggiori risorse economiche per assicurare la fiducia dei mercati ed impedire che le dinamiche sovranazionali mettano all’angolo il Paese. Insomma un circolo vizioso mortale.

La concezione di Stato che ne esce non è allora più quella di un’entità esogena all’ordine economico-finanziario ma quella di un’entità completamente integrata nello spazio degli scambi, nel sistema di interdipendenza degli agenti economici.

Inevitabilmente questo mutamento di prospettiva comporta ripercussioni anche sul piano antropologico mediante la creazione di una sorta di “cittadino neo-liberale” che assume sempre più le fattezze dell’homo oeconomicus piuttosto che dell’homo juridicus ovvero dell’homo dignus.  Il primo essendo una figura eterogenea integrata al sistema economico-finanziario globale attraverso una moltiplicazione coatta dei propri interessi, mentre il secondo, per dirla con Aristotele, è “l’animale politico”, parte integrante e attiva della propria comunità nazionale.

A questo punto sorge la domanda cruciale. Quale ruolo può ricoprire la nostra Costituzione federale o – meglio – le Costituzioni nazionali? Possono queste ancora costituire un freno a questa trasformazione silente e mortale dello Stato costituzionale?

La risposta non può che essere affermativa. A condizione di recuperarLe da una sorta di “spaesamento giuridico” e del tentativo tanto insidioso quanto mortifero di taluni (anche insospettabili) volto a condizionarne la dimensione assiologico-valoriale.

Da qui la necessità di un nuovo patto costituzionale che metta chiaramente al centro l’interesse nazionale come bussola in grado di guidare e indirizzare l’azione politica. Un nuovo patto costituzionale che metta finalmente un freno alla deterritorializzazione del diritto per un recupero pieno della nostra sovranità.

 

Dr. Orlando Del Don

Bellinzona, 24 settembre 2018

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Chi Sono

Classe 1956, psichiatra, psicoterapeuta, manager, docente, politico. Questo blog è il mio mezzo per parlare online di società, sanita, cultura, informazione, territorio e altro ancora.

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