La depressione nervosa all’alba del Terzo Millennio

Una categoria diagnostico-nosografica, uno vissuto psicopatologico, uno condizione esistenziale, un stato ontologico e una entità psico-antropologica

La depressione nervosa è diventata oramai una non diagnosi, e la situazione è ancora in progressione involutiva – complice anche le modalità di classificazione che gli specialisti del settore conoscono e che fanno capo al famigerato DSM.

Una non-diagnosi, una condizione che può essere descritta ed inquadrata in molti modi diversi ma che sostanzialmente non trova unanimità, né consenso.

Anche all’interno degli specialisti stessi, psichiatri e operatori sanitari vari nel variegato mondo in divenire delle neuroscienze.

In particolare prevalgono sempre più approcci diversificati e poco rigorosi che lasciano ampio spazio alle speculazioni filosofico-esistenziali, fenomenologiche, sociologiche, psicologizzanti, pseudo-antropologiche, unitamente a tutta una serie di scuole di pensiero pragmatico-terapeutico che cortocircuitano ogni forma di approfondimento e ricerca per limitarsi al supermercato delle offerte terapeutiche.

Per non parlare dei molti maestri del nulla che ne hanno fatto una miniera d’oro da sfruttare – nella migliore delle ipotesi – in buona fede.

Non vale la pena indugiare oltre su questo punto. 2

Il problema però è dei più seri ed interessanti dal punto di vista scientifico e clinico, ma anche da quello più sociale e professionale.

Non è però immaginabile né possibile parlare seriamente di depressione nervosa se non si avrà il coraggio di uscire dalla logica del vuoto esistenziale e dell’ansia del fare e coprire il senso dell’Essere in situazione disagio attraverso l’abolizione del sintomo e del disessere che il nostro stile di vita occidentale sempre più sta creando e favorendo nelle persone.

Tutto ciò soprattutto e proprio in quelle persone meno preparate a cogliere la complessità del vivere, delle relazioni, delle dinamiche sociali ed esistenziale, delle scelte di fondo da fare nel proprio destino e percorso esistenziale personale, come pure in tutto quanto fa riferimento al confronto con i nostri limiti e quelli dei nostri simili inseriti in un mondo apparentemente onnipotente ma – nei fatti – impotente, indifferente ed incapace di cogliere le necessità primarie dell’Essere dell’Uomo.

Oggi infatti, complici anche i medici e molti operatori sociali, sociologi e tuttologi televisivi, ogni qualvolta un individuo è confrontato con uno stato emotivo che non sia di eccitamento iperattivo e ipomaniacale, di esaltazione dell’io e delle possibilità di sperimentarsi senza costrizioni, limiti, condizioni, restrizioni e responsabilità, ogni qualvolta ciò non sia dato, ecco che vi è come logica reazione (approvata dal sistema sociale e istituzionale) uno stato di rallentamento del funzionamento psicosociale e relazionale con conseguente sensazione di inadeguatezza, frustrazione, di solitudine, di mancanza ad essere, di vuoto incolmabile e , per finire – inevitabilmente – di ferita narcisistica con vissuti soggettivi di deflessione ipocritica dell’umore che non può essere tollerato oltre le poche ore/giorni che fisiologicamente sono e sarebbero elementi costitutivi del nostro mondo interno e della nostra economia di funzionamento mentale normale.

Il risultato?

Il soggetto consulta il medico, lo specialista, il consulente o l’esperto di turno che inevitabilmente e necessariamente gli diagnosticherà una depressione nervosa e lo sottoporrà alle aspettative frustranti di un trattamento tanto inutile quanto foriero di ulteriori frustrazioni e aspettative irraggiungibili che a loro volta alimentano questo comportamento additivo che spinge il singolo a cercare soluzioni sempre più potenti e miracolose che non mettano in discussione però il suo modo di essere e la necessità di accettare questo momento come uno stato necessario al processo di crescita e cambiamento continuo di ogni individuo nel suo percorso esistenziale.

Nella pratica, più nessuno sembra ora più in grado di fare dei distinguo, di fare mettere le cose nel loro giusto ordine, di ipotizzare e riconoscere situazioni che non devono necessariamente essere malattie o patologie, ma anche saper fare delle diagnosi differenziali dove vi sono anche situazioni di tipo evolutivo, reattive, come anche di accettare questo stato di cose in quanto elemento/fase integrante di un normale stato di funzionamento che oscilla giustamente e incessantemente intorno ad una retta orizzontale che, in quanto tale, non è una funzione matematica o geometrica perfetta ma, evidentemente e fortunatamente, una funzione psicofisica vitale ed essenziale; in quanto tale quindi continuamente oscillante intorno al suo asse!

Alla costante ricerca della sua quiete e del suo equilibrio che deve essere in divenire e necessariamente reattiva. E ci mancherebbe altro.

Se quindi, da una parte, intorno alla depressione nervosa si possono sollevare questioni di tipo eminentemente sociale e formative (insegnamento della psicopatologia, ruolo delle neuroscienze dinamiche, maturità e capacità critica degli stessi operatori sanitari, invadenza del campo da parte di nuovi attori come sociologi, psicologi, massmediologi, tuttologi, ecc. – dall’altra però la questione è, come sopra accennato, delle più serie e centrali. E ciò perché la questione essenziale della 3

depressione nervosa è solo l’avamposto di un problema molto più generale che toccherà a breve tutta la psichiatria, la psicoterapia, la psicologia e le neuroscienze.

Si pensi solo ai concetti di schizofrenia, psicosi, follia, perversione, nevrosi!

Detto questo e fatta la necessaria pulizia da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la depressione nervosa in senso stretto, siamo quindi arrivati al nodo di capitone della questione.

Qual’ è, appunto, il posto della depressione nervosa in senso stretto (la vera depressione nervosa, per intenderci) all’interno della nosografia e della clinica psichiatria, della psicopatologia e delle neuroscienze (comprese le neuroscienze dinamiche, che si affiancano alle neuroscienze classiche)?

Da psichiatra e psicoanalista che sono credo di avere un punto di vista interessante – se non privilegiato – relativamente alla questione in oggetto.

Da una parte bisogna infatti tenere subito conto di tutta la componente biologica, biochimica, umorale e somatica, cerebrale quindi, gioca in questo caso un ruolo variabile ma significativo.

Dall’altra, naturalmente, vi è la componente psicodinamica, psichica, simbolica, inconscia, immateriale che rappresenta tutta la componente sconosciuta ma non per questo meno presente (anzi!) dell’Essere dell’Uomo, in situazione di normalità e di sofferenza.

Questi due assiomi e basi oggettive e scientifiche, nel loro interagire, esprimo le diverse forme di depressione nervosa in senso stretto che la clinica e l’esperienza professionale ci hanno permesso di descrivere e illustrare nelle variabili nosografiche e/o espressive che inevitabilmente si esprimono nei e con i nostri pazienti.

L’esperienza terapeutica combinata (farmacologica, psicoterapeutica, sociale, ecc.) o meno ce lo dimostra e ce lo conferma nel nostro lavoro quotidiano di clinici.

Su questo non vi sono credo – all’interno di un consesso scientifico serio e referenziato – vi siano oramai più elementi di dissenso e polemica.

Anche se – bisogna dirlo – soprattutto in psichiatrica non si contano più le fedi e le scuole di pensiero nonché di adesione per simpatia, affinità elettive, passioni ideologiche, che purtroppo inquinano ancora molto il nostro lavoro.

Per quanto riguarda le neuroscienze cosiddette dinamiche, la neuro-psicoanalisi ha fatto e sta facendo progressi molto importanti in questo senso.

In ciò contribuendo ad abbattere muri e steccati che solo fino a pochi anni orsono dividevano comunità scientifiche e terapeuti che si affrontavano in cagnesco in tutte le occasioni in cui vi era occasione di far emergere una parte o l’altra della complessa questione.

In tal modo inquinando per sempre ogni credibilità e autorevolezza in materia.

A questo proposto anche le scienze umane hanno dato e stanno dando un contributo di grande spessore alla conoscenza.

Vorrei però concludere questa mia modesta riflessione con voi presentando un ultimo progetto che riguarda da vicino l’Istituto che dirigo e lo spirito che anima la nostra Università.

In particolare mettendo in evidenza come, nei casi di situazioni cliniche estremamente degradate, cronicizzate, complesse che ci capita di vedere in clinica psichiatrica osserviamo e constatiamo 4

regolarmente – ma la cosa è nota – della formidabili resistenze anche agli schemi più intensivi di trattamento.

La qual cosa spinge talvolta i medici ad abbandonare il loro compito e a limitarsi a gestire la cronicità, cosiddetta! Detta anche impermeabilità o resistenza al trattamento messo in atto in modo corretto e secondo i crismi della scienza più ufficiale,

Nel nostro Istituto abbiamo da tempo perciò affiancato al trattamento classico misto (bio-psico-sociale) un elemento nuovo che abbiamo ravvisato nella creatività e nell’arteterapia.

Queste passa infatti dalla musica, al teatro, al cinema, ai gruppi tematici, allo psicodramma di Moreno modificato, alle forme di creatività manuale, alla biblioterapia e alla scrittura creativa.

I risultati sono sorprendenti e anche i casi più resistenti e cosiddetti cronici si sono risolti. In alcuni casi che non si sono risolti o in cui l’esito è stato insoddisfacente, questo è avvenuto perché è stato il paziente stesso a volersi sottrarre volontariamente a questo approccio o perché – ancora – il paziente stesso dopo aver beneficiato di questo approccio ci ha riferito che la cronicità non era poi così male, tenuto conto del suo stato attuale e della lunga permanenza in questa condizione di dolore ed emarginazione oramai addomesticata!

Il che è tutto dire a proposito di malattia mentale.

Abbiamo quindi, negli anni, sviluppato con la nostra équipe dell’Istituto che dirigo e in collaborazione con alcuni Centri Clinici in Svizzera (fra questi anche La clinica psichiatrica diurna Indipendenza di Bellinzona che Presiedo) uno studio longitudinale sugli effetti di queste diverse forme di trattamento combinato.

Allo stesso tempo abbiamo protocollato un modello di intervento che permette ai terapeuti e ai collaboratori scientifici dell’Istituto di avere uno schema/algoritmo di intervento che permetta di focalizzare il tipo di intervento creativo indicato per i casi che si presentano, il modo di somministrazione, la frequenza, ecc..

Questo ci ha altresi incoraggiati a sviluppare quindi una Scuola per operatori del settore con la quale abbiamo voluto dare gli elementi tecnici, clinici, scientifici e metodologici per poter preparare in futuro terapeuti della riabilitazione psichiatrica che sappiano esprimere al meglio le potenzialità delle conoscenze scientifiche e le capacità cosiddette residuali del paziente in modo tale da offrire loro una reale possibilità di assumere il proprio destino fino in fondo ed in modo consapevole.

La scuola partirà con il nuovo anno accademico 2012-2013 e verrà presentata in occasione del Congresso Internazionale di Arteterapia che stiamo organizzando a Lugano i prossimi 11-12-13 novembre 2012.

Una vera e propria rivoluzione in campo neuro scientifico.

Perché l’Essere dell’Uomo è fondamentalmente misterioso ed insondabile ma ricordiamo sempre tutti che l’Essere che Anima l’Uomo continua a comunicare con i suoi simili, anche quanto sembra che tutto sia silenzioso, muto, perduto.

Proprio perché l’Uomo non è solamente Cervello e Mente ma è anche e soprattutto Psiche.

Fortunatamente è anche e soprattutto psiche, altrimenti l’Uomo non sarebbe, semplicemente. 5

Questa l’Aporia che dobbiamo riconoscere ed accettare, assieme al fatto che l’inconscio tanto bistrattato e misconosciuto si esprime come un linguaggio.

Questo inconscio entra in contatto con altri inconsci, quello dei terapeuti in particolare, ma non solo.

Ed ecco allora il canale privilegiato attraverso il quale far passare un dettato che il mero linguaggio logico-lineare, cognitivo-razionale, non sarà in grado di far passare.

L’arteterapia, unitamente ai presidi psicofarmacologici e psicodinamici, diventa allora il grimaldello con il quale risolvere e capire fino in fondo tutte le forme vere di depressione, qualsiasi esse siano!

Ma questo non è completamente nuovo. Mi pare! Si tratta di rileggere – questa volta veramente – i classici della psicopatologia e della psicoanalisi e attualizzarli alla nostra situazione in divenire attuale.

Capirli, farli nostri, aggiornali alle nostre conoscenze, attualizzarli, adattarli alle possibilità nuove che la tecnica, la comunicazione, il sapere, l’Uomo Nuovo e la Società Nuove di propongono con le nuove forme del sintomo depressivo e che come tale descrivono ed illustrano pienamente la natura e la cultura dell’Uomo, in quanto ESSERE DI SENSO.

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Orlando Del Don

Orlando Del Don

Medico, Psicoanalista, Politico

Classe 1956, Medico, psicoterapeuta, docente, scrittore, editore. Questo blog è il mio mezzo per parlare online di società, sanita, cultura, informazione, territorio e altro ancora.

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